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|Dagli scarti alla bio-chimica: così la scienza trasforma la piaga del granchio blu
Trasformare un’invasione biologica in una risorsa industriale: è questa la promessa che arriva dalla chimica verde per arginare l’emergenza del granchio blu nei mari italiani. Una cordata scientifica formata da Enea e Università della Calabria, con un lavoro diffuso sulla testata International Journal of Biological Macromolecules, ha perfezionato un metodo a basso impatto per ricavare chitina ad alto grado di purezza dai carapaci del crostaceo alieno.
Il punto di forza dell’innovazione risiede in un rapido passaggio termico applicato alle corazze, in grado di agevolare la demineralizzazione del guscio. Questo accorgimento abbatte la quantità di reagenti chimici aggressivi impiegati tradizionalmente, accorcia i tempi di lavorazione e garantisce volumi e standard qualitativi più elevati. La chitina, molecola che compone fino al 70% della struttura rigida dell’animale, vanta spiccate doti antibatteriche, biocompatibili e di degradabilità naturale, doti che la rendono preziosissima nei campi della cosmetica, della medicina, dell’agronomia e del confezionamento alimentare.
La portata dell’invenzione emerge chiaramente analizzando i numeri della filiera: gli scarti non commestibili del granchio — ovvero chele, carapaci e appendici — rappresentano circa l’85% del suo peso complessivo, traducendosi in quasi 270 mila tonnellate annue di rifiuti finora destinati a inceneritori o impianti di smaltimento.
Considerato che la totale scomparsa del crostaceo dall’Adriatico appare ormai un’utopia — dopo che la sua proliferazione ha devastato la fauna autoctona e tagliato fino al 90% la produzione delle stazioni di molluschicoltura —, la valorizzazione dei suoi sottoprodotti traccia una rotta alternativa. Valorizzare lo scarto significa infatti alleggerire la pressione sugli ecosistemi e, contemporaneamente, gettare le basi per una nuova filiera ad alto valore aggiunto.


