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‘Santa’. Tolti i ponteggi dalla basilica: «Il crollo dell’angelo non fu l’inizio, il progetto era già pronto nel 2019»

Sabato 6 giugno gli operai hanno tolto i ponteggi dalla facciata della basilica di Santa Margherita Vergine e Martire, santuario di Nostra Signora della Rosa, nel cuore di Santa Margherita Ligure. “Il cantiere è concluso – afferma il parroco, don Luca Sardella, che ha seguito passo passo la complicata e laboriosa opera di restauro – Restano la pulizia e la sistemazione dell’area davanti all’ingresso principale, ancora temporaneamente inaccessibile, ma la riapertura del sagrato e del portone è imminente. L’inaugurazione ufficiale del restauro avverrà in occasione della celebrazione dedicata alla Madonna della Rosa, quando è prevista anche una Messa in mondovisione”.

Il restauro, però, non è nato dopo il distacco dell’angelo nel novembre 2023, come molti sammargheritesi hanno pensato. Il progetto era stato avviato anni prima, nel 2019, quando il degrado aveva già mostrato segnali preoccupanti. Il crollo rese urgente la messa in sicurezza, ma arrivò dopo anni di studi, autorizzazioni e ricerca delle infiltrazioni. A ricostruirla è l’architetto Roberto Spinetto, progettista, direttore dei lavori e coordinatore della sicurezza in progettazione ed esecuzione.

Generico giugno 2026

Architetto Spinetto, partiamo dalla notizia: a che punto sono oggi i lavori? «Sabato sono stati tolti i ponteggi. Per quanto riguarda il nostro lavoro, la facciata è libera e il cantiere è arrivato alla conclusione. Restano alcune operazioni di pulizia generale e la sistemazione dell’area davanti all’ingresso. Il sagrato e il portone principale saranno nuovamente accessibili a brevissimo, nell’arco di questi giorni. Poi ci sarà l’inaugurazione ufficiale in occasione della Madonna della Rosa, con la celebrazione della Messa in mondovisione».

Qual era esattamente il suo incarico? «Ho avuto l’incarico della progettazione, della direzione dei lavori e del coordinamento della sicurezza, sia nella fase progettuale sia durante l’esecuzione. Non si è trattato soltanto di scegliere come rifare un intonaco o come ridare colore alla facciata. Il problema principale era capire perché il degrado si fosse manifestato e perché, dopo lavori relativamente recenti, alcune parti avessero cominciato di nuovo a deteriorarsi».

Chi ha materialmente eseguito l’intervento? «L’impresa generale è stata l’Impresa Edile Valeriani srl di Chiavari, che ha garantito organizzazione, coordinamento, assistenza di cantiere e tutte le lavorazioni edilizie necessarie. Nello studio e nel restauro conservativo è stata fondamentale la restauratrice Eleonora Parravicini, professionista accreditata per queste superfici. In cantiere hanno lavorato quattro operai per turno, ai quali si sono aggiunti restauratori, tecnici e specialisti chiamati nelle diverse fasi».

E la Soprintendenza? «Il confronto è stato continuo. L’intervento è stato seguito dall’architetto Caterina Gardella, funzionario competente per l’architettura e il paesaggio nel territorio di Santa Margherita Ligure, e dalla restauratrice Paola Parodi. Le scelte sui materiali, sui consolidamenti, sulle ricostruzioni e soprattutto sulla finitura cromatica non sono state decisioni prese da soli: sono state verificate attraverso campionature e valutazioni condivise».

Molti pensano che tutto sia cominciato quando cadde l’angelo. È così? «No. Il progetto era già stato aperto nel 2019. Prima del 2020 avevamo già raccolto il materiale, definito l’intervento e avviato le autorizzazioni. La parrocchia si era mossa perché il degrado era evidente già da tempo. Il degrado era ricomparso circa dieci anni dopo i lavori degli anni Duemila. Il distacco del 2023 trasformò una situazione già studiata in un’emergenza non più rinviabile».

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Perché i lavori non partirono subito? «Servivano risorse importanti e il Covid rallentò tutto. Il progetto, però, esisteva già. La relazione tecnica è dell’aprile 2020 e indicava la necessità di mettere in sicurezza il manufatto, impedire altre cadute di materiale e proteggere le persone che transitavano sul piazzale. Avevamo previsto una lunga ricerca delle cause, perché il degrado era concentrato in aree precise».

Che cosa accadde nel novembre 2023? «All’inizio di quella settimana si verificò una prima caduta di materiale. A quel punto si decise di fermare tutto e chiedere l’intervento dei Vigili del fuoco per la messa in sicurezza. L’angelo restò fisicamente in mano al vigile del fuoco salito sulla scala: venne rimosso in più parti, portato a terra e conservato. L’episodio rese evidente il rischio e impose di completare la diagnosi già impostata. Non eravamo davanti a un problema comparso all’improvviso in quei giorni».

La causa è stata trovata? «Una delle cause principali emerse dal ponteggio, osservando da vicino la controfacciata. Abbiamo individuato canali che attraversavano trasversalmente la struttura e che, in particolari condizioni meteorologiche, funzionavano come vere condotte. L’acqua penetrava, percorreva l’interno della muratura e veniva portata verso gli elementi architettonici della facciata. Così il danno si concentrava in punti specifici».

Come siete intervenuti su quel problema? «Abbiamo consolidato e risanato il retro della facciata, rifacendo dove necessario gli intonaci della controfacciata. Prima bisognava bloccare l’acqua e stabilizzare gli elementi; solo dopo si potevano restaurare le superfici visibili. Limitarsi a ridipingere il fronte avrebbe significato nascondere per qualche tempo il problema, non risolverlo».

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Le analisi hanno avuto quindi un peso decisivo «Abbiamo eseguito prelievi, analisi stratigrafiche e composizionali, verifiche su leganti, inerti, pigmenti, sali e successione degli strati. Abbiamo ricostruito il percorso dalla pietra alle finiture più recenti. Il responsabile scientifico è stato il professor Pietro Marescotti dell’Università di Genova. Su questo lavoro è stata sviluppata anche la tesi di laurea di Mariaserena Piva, seguita dai professori Pietro Marescotti e Nicola Campomenosi, con il contributo della restauratrice Eleonora Parravicini».

Che cosa avete scoperto studiando gli strati della facciata? «In alcuni campioni era ancora possibile riconoscere uno strato antico riferibile alla facciata storica e alle trasformazioni comprese tra la consacrazione del 1770 e la fine dell’Ottocento. Abbiamo poi individuato una fase di intervento intorno al 1890, una successiva risalente agli anni Settanta del Novecento e l’ultima collegata ai lavori degli anni Duemila. Il colore non è stato scelto per gusto: deriva dalla sequenza materiale dell’edificio».

Che cosa significa “gerarchia cromatica”? «La facciata non nasce come una superficie piatta dipinta con un unico colore. È estremamente ricca: ci sono sculture a tutto tondo, bassorilievi, colonne binate, capitelli, cornici, nicchie e differenti piani architettonici. Un colore uniforme avrebbe appiattito tutto. Abbiamo quindi dato tonalità e intensità differenti ai diversi elementi, in modo da renderne leggibile la funzione e restituire profondità alla composizione. L’obiettivo era restituire forza e rilievo senza creare un’immagine arbitraria. Il risultato oggi consente inoltre di leggere molto meglio la profondità delle colonne, dei rilievi e delle statue, prima appiattiti da una colorazione più uniforme e piatta».

Il risultato vuole riportare l’edificio al Settecento? «Restituisce la percezione tra fine Settecento e inizio Ottocento, senza fingere che tutto appartenga a una sola epoca. Aggiunte e trasformazioni sono ormai storicizzate. Il campanile sul lato destro appartiene alla fase più antica del fronte, mentre quello di sinistra è stato aggiunto nel primo Novecento. Anche questa differenza fa parte dell’identità che oggi vediamo e non andava cancellata»

Quali operazioni sono state eseguite sugli intonaci? «Dove l’intonaco era deteriorato ma recuperabile, si è proceduto con pulitura, trattamento biocida, consolidamento e iniezioni per ristabilire l’adesione tra la superficie e il supporto murario. I sali che affiorano e disgregano i materiali sono stati estratti con impacchi e puliture. Solo le parti irrecuperabili sono state ricostruite con malte compatibili a base di calce idraulica naturale. Nelle zone umide sono stati usati cicli deumidificanti e traspiranti».

Le parti decorative erano tutte recuperabili? «Molte parti originali sono state consolidate; altre erano crollate o in fase di distacco. Cornici, stucchi e decorazioni sono stati controllati, puliti con pennelli e bisturi, consolidati con calce e, quando necessario, ancorati con elementi in acciaio inossidabile o perni in fibra. Le lacune necessarie alla stabilità e alla lettura sono state integrate con malte compatibili».

Come è stato ricostruito l’angelo caduto? «I Vigili del fuoco lo avevano recuperato in frammenti. Eleonora Parravicini ha potuto lavorare sui pezzi conservati, sulla documentazione fotografica e sui dati materiali rimasti. L’angelo è stato ricomposto e ricostruito nelle parti mancanti, dopo il risanamento degli elementi che lo sostengono, quindi è stato rimesso nella stessa posizione. La ricostruzione è partita dai frammenti e da ciò che era documentabile, non da una copia generica».

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Avete lavorato anche sui metalli e sulle coperture? «Sono state controllate le protezioni delle cornici e le opere di lattoneria, per smaltire l’acqua piovana. Perni, grappe e metalli ossidati sono stati puliti e protetti. Sono stati puliti e consolidati gli elementi lapidei e risanato l’impianto antipiccione, prima non funzionante».

Perché questa facciata è così importante anche dal punto di vista storico? «La chiesa attuale fu avviata nel 1658, sul luogo di un edificio di culto più antico, su progetto di Giovanni Battista Ghiso. Il fronte barocco fu poi definito da Carlo Orsolino, con il doppio ordine di colonne binate, le nicchie, i bassorilievi e le statue degli apostoli Pietro e Paolo. La basilica fu consacrata nel 1770 dall’arcivescovo Giovanni Lercari. Il campanile di destra appartiene al Settecento, mentre quello di sinistra è un’aggiunta del primo Novecento. È quindi una facciata molto complessa, nella quale struttura, scultura e decorazione formano un unico organismo. Anche per questo non si poteva procedere con una manutenzione ordinaria o con una semplice tinteggiatura: ogni scelta doveva tenere insieme sicurezza, conservazione e leggibilità storica».

Quanto è costato complessivamente il restauro? «Ad oggi siamo oltre i 250 mila euro. La spesa è stata sostenuta dalla parrocchia. Ora resta la fase del collaudo definitivo e, in particolare, del collaudo amministrativo con la Soprintendenza. Solo allora il procedimento sarà formalmente chiuso».

Nei documenti iniziali compare anche don Gian Emanuele Muratore «Quando il progetto fu formalizzato, la parrocchia di Santa Margherita Vergine e Martire era rappresentata da don Gian Emanuele Muratore, indicato come richiedente e legale rappresentante. La parrocchia non attese il crollo: aveva già avviato studi, progetto e autorizzazioni e ha sostenuto economicamente l’intervento».

Qual è stata la difficoltà maggiore? «Individuare le cause reali del degrado. Occorreva capire che cosa accadesse dentro e dietro la facciata. Il ponteggio è diventato anche uno strumento di conoscenza. Ha permesso osservazioni, prove, prelievi e verifiche. Senza questa fase, avremmo rischiato di eseguire un intervento esteticamente corretto ma destinato a deteriorarsi di nuovo».

Che cosa devono sapere, in conclusione, i sammargheritesi? «Che non abbiamo semplicemente ridipinto una facciata e che il lavoro non cominciò con la caduta dell’angelo. Il percorso parte dal 2019, passa attraverso il progetto e le autorizzazioni predisposte prima del 2020, il rallentamento dovuto al Covid, l’emergenza del novembre 2023, le indagini e infine il restauro. Abbiamo affrontato infiltrazioni, sali, distacchi, sostegni, intonaci, stucchi, pietre, metalli, decorazioni e colori. Oggi la facciata torna alla città più leggibile, più sicura e soprattutto con le cause principali del degrado finalmente affrontate».