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‘Santa’: Giulia Fusi contro gli acquisti online, e accende il dibattito sul commercio in città

Fa discutere sui social di Santa Margherita Ligure il messaggio pubblicato da Giulia Fusi, titolare della storica Fusi Boutique, attività presente dal 1928 e tra le più conosciute del quartiere di Ghiaia. Un intervento arrivato proprio mentre la stagione turistica muove i primi passi e le vetrine del lungomare tornano a essere osservate dai visitatori, fotografate e spesso utilizzate come una sorta di catalogo prima di effettuare gli acquisti su internet.

Il negozio, nato nel settore dell’abbigliamento, da un anno ha allargato la propria proposta all’arredamento e ai complementi per la casa, attraverso uno spazio concepito non come un normale punto vendita, ma come un ambiente domestico nel quale accogliere le persone. Dal post di Giulia Fusi è nato un confronto più ampio sul futuro del commercio tradizionale, sul rapporto con il turismo e sulla concorrenza degli acquisti online.

Perché ha sentito il bisogno di pubblicare questo messaggio? «Perché entrare da noi non significa semplicemente fare acquisti, ma vivere un’esperienza e concedersi un momento di scoperta. Ogni abito e ogni oggetto esposto è il frutto di una ricerca profonda, di viaggi e di una selezione fatta con il cuore, per offrire qualcosa di davvero speciale».

Nel suo intervento affronta direttamente anche il tema delle fotografie scattate nei negozi. «L’abitudine di fotografare i prodotti con l’intenzione di cercarli e acquistarli successivamente su internet toglie un po’ di poesia a questo lavoro. Quando si sceglie di acquistare in un negozio reale non si compra soltanto un oggetto: si premiano il tempo, la cura, il viaggio e la consulenza che vengono offerti di persona».

Che cosa distingue ancora un negozio fisico dalle transazioni online? «Lontano dalle transazioni fredde del web, la filosofia della nostra attività si fonda sul valore dei rapporti umani. L’obiettivo è creare una rete vera di persone, conoscersi, fare anche amicizia e raccontare la storia che si nasconde dietro ogni articolo».

Il suo è anche un invito a rallentare? «L’invito è quello di vivere pienamente questa esperienza, magari posando il telefono per toccare con mano i tessuti e lasciarsi trasportare dalla bellezza delle cose vere. Il nostro ringraziamento va a chiunque scelga ogni giorno di sostenere la nostra attività e tutte le realtà indipendenti, difendendo l’autenticità delle relazioni umane».

Alla tradizione dell’abbigliamento avete affiancato anche un nuovo spazio dedicato alla casa. Da quale idea è nato? «Siamo un negozio storico di Santa Margherita e lavoriamo da sempre nell’abbigliamento. L’anno scorso abbiamo aperto questo nuovo spazio full living, prima di tutto per amore del nostro lavoro. Noi viviamo dentro i nostri negozi, soprattutto quando sono attività familiari aperte durante tutto l’anno. Il nostro intento era creare una casa».

Non lo considera quindi un semplice concept store? «No, non è un concept store e non vuole riproporre qualcosa di già visto. È una cosa nuova, nella quale le persone entrano davvero in una casa e diventano ospiti di casa nostra. Abbiamo creato quattro ambienti, articolati tra zona giorno, living e cucina».

Come avete realizzato questo progetto? «Abbiamo collaborato con amici che possiedono un altro negozio storico a Milano e che hanno fornito strutture importanti, come quella della cucina. All’interno abbiamo poi cercato soprattutto eccellenze italiane e il lavoro di tanti artigiani».

Perché questa attenzione particolare alle produzioni artigianali? «Esistono molte eccellenze che, nel mondo dominato dai grandi marchi, dal consumismo e soprattutto dall’online, rischiano di non essere più conosciute. Il nostro fine è mostrare quante cose belle esistano nel nostro Paese».

Quale ruolo possono avere oggi le attività indipendenti? «I negozi storici, le piccole attività e le realtà che lavorano bene hanno proprio il compito di presentare le cose alle persone con amore per il proprio lavoro. Questo deve avvenire indipendentemente dal fatto che chi entra compri oppure no e all’interno di un ambiente bello, perché la bellezza non appartiene soltanto a determinate classi sociali: è di tutti».

Il contatto diretto con i prodotti resta quindi decisivo? «Entrare in un luogo bello, nel quale si può toccare, conoscere e scoprire, è una delle cose più importanti. Sono tutte esperienze che internet non può offrire, perché manca la dimensione fisica. Noi vogliamo riportare le persone a toccare ciò che online non può essere conosciuto davvero. Qui possono sentire la qualità e affidarsi a Fusi, un nome che esiste da una vita e del quale sono orgogliosa».

Il messaggio ha trovato subito una vasta eco. Tra gli interventi più articolati è arrivato quello di Franco Traverso, pubblicato sulla seguita pagina Facebook “Le Sindacarie sammargheritesi”.

Traverso ha definito quello di Fusi uno scritto «fatto col cuore» e una «chiarissima fotografia della situazione del commercio attuale della città», osservando che un messaggio analogo potrebbe essere diffuso anche in altre località turistiche, più o meno note di Santa Margherita.

La sua riflessione parte da una domanda netta: «Il commercio ha ancora un domani a Santa, almeno nella tipologia con cui è nato e ha prosperato?».

Traverso ricorda che la massima espansione delle attività commerciali sammargheritesi cominciò nei primi anni Sessanta, durante il boom economico che aveva il suo motore soprattutto a Milano. «Ogni iniziativa aveva successo, specialmente nel campo della moda. A Santa c’erano anche officine che lavoravano i tessuti. Portofino andava per la sua strada. Ricordo Jolly con il mio amico Carniglia e i meravigliosi vestiti firmati Emilio Pucci».

Il confronto con il presente diventa però molto più amaro: «Che cosa succede oggi a Santa? Conviene resistere sperando nelle crociere e nei pullman oppure chiudere baracca? Conviene attendere le briciole di una clientela che misura i capi a Santa e poi li compra su Amazon?».

Traverso si domanda anche se il futuro possa essere affidato esclusivamente all’arrivo delle grandi marche: «Troveremo qualche misericordiosa Acqua di Parma che apra anche a Santa?». E aggiunge un altro interrogativo: «Potenziamo bar e ristorazione?».

Non offre risposte definitive e lo dichiara apertamente. Registra però un elemento che considera ormai evidente: «La stagione turistica si è ridotta a pochi mesi».

Anche l’eventuale intervento della politica viene posto sotto forma di domanda: «Qualcuno penserà che potrebbe intervenire la politica. Ma come?». La soluzione, scrive con amara ironia, potrebbe essere attendere «nuove mode e nuovi turisti», anche se per questo «occorrerebbero anni».

Il post di Fusi e la lunga riflessione di Traverso hanno così riportato al centro una questione che riguarda non soltanto chi gestisce un’attività, ma l’identità stessa di Santa Margherita: quale spazio possa ancora avere un commercio fatto di presenza, competenza, relazioni personali e apertura durante tutto l’anno, in una città turistica sempre più condizionata dalla brevità della stagione e dalle abitudini di acquisto nate sul web.