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Rapallo: “Tricolore esposto sul Castello, un grazie al sindaco”

castello

Da Angelo Canessa, Associazione “Liguri Antighi – I Rapallin
Ill.mo Signor Sindaco di Rapallo.
a nome e per conto dell’Associazione Liguri Antighi – I Rapallin desidero porgerLe il plauso per aver ricordato con lodevole spirito patriotico il 225mo anniversario della nostra bandiera. In proposito desidero farLe pervenire altresì il testo di un articolo scritto dal nostro compianto socio cofondatore  “Giusto tra le Nazioni” Mario Canessa, pubblicato su “I Rapallin” poco prima della della sua dipartita, avvenuta nel 2014, sperando di farLe cosa gradita.

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La bandiera tricolore

di  Mario Canessa

Come è noto, il nostro tricolore rappresenta: con il bianco il colore delle montagne innevate; con il rosso il sangue dei martiri e degli eroi; con il verde la speranza (che è il  colore dei prati). Il nostro tricolore fu decretato dai Deputati di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia nel congresso costitutivo della Repubblica Cisalpina del 7 gennaio 1797, con i colori disposti orizzontalmente. Il rosso in alto, il bianco al centro e il verde in basso.

Nel corso di quello storico congresso, animato dal patriota socialista Giuseppe Campagnoli, fu disposto anche l’obbligo di portare, in pubblico, la coccarda tricolore bene in vista. Tale obbligo venne esteso poi anche ai membri del clero. In  caso di inadempienza la pena venne fissata in lire 50 e, in caso di recidiva, in un giorno di carcere.

Il tricolore assurse allora a simbolo del popolo, con l’intento di rappresentare la lotta per cacciare dal suolo italiano il nemico straniero. Memorabile fu l’insurrezione programmata da Ciro Menotti, con la città di Modena imbandierata di tricolori dal 3 febbraio 1831 al 26 maggio, giorno della sua impiccagione. Fu in quella occasione che la contessa Rosa Testi-Renzoni, colpevole di aver confezionato bandiere su richiesta dell’eroico Menotti, venne condannata a tre mesi di carcere.

Sempre nel 1831 Giuseppe Mazzini fondò la “Giovane Italia”, utilizzando come simbolo la bandiera tricolore che, in un lembo, recava la scritta ” uguaglianza, libertà, umanità e, nell’altro, “indipendenza”.

E’ da ricordare anche il fatto che, negli anni 1832-33, il tricolore ebbe diverse occasioni per comparire nel Cilento e nelle città di Catania e di Siracusa. Sempre nel meridione, durante i festeggiamenti della Santa Patrona di Palermo, il 5 settembre 1848, la statua di S. Rosalia venne ammantata da una vistosa bandiera tricolore e fu fatta sfilare in processione per le vie della città, tra le ali festanti ed entusiaste di numerosa folla.

A Messina, sempre nel 1848, evolvendosi la rivolta contro le truppe borboniche, un drappello di giovani combattenti, chiamati “Camiciotti”, stremati dalla lotta corpo a corpo, riuscirono ad asserragliarsi nel convento dei Benedettini, che fu espugnato ed incendiato dai nemici. Così i patrioti, rimasti in sette, piuttosto che arrendersi si gettarono tutti a capofitto nel pozzo del Monastero senza abbandonare, neppure all’ultimo istante, il vessillo tricolore. I loro nomi sono oggi immortalati in una grande lapide marmorea al centro della città dello stretto.

Anche Garibaldi, sbarcando a Nizza, di ritorno dall’America, innalzò sull’albero maestro della nave “Speranza”la bandiera tricolore, formata per l’occasione da un lenzuolo bianco, dalle giubbe rosse e dalle mostrine verdi dei legionari. Tale evento suscitò vasta eco di entusiasmo, soprattutto fra i Nizzardi accorsi a festeggiare il loro più importante concittadino: l’eroe dei due mondi.

Nello svolgimento degli aspri combattimenti fra le 500 barricate per le vie di Milano, tra il 18 e il 22 marzo 1848, Luigi Torelli (nobile valtellinese di Tirano, funzionario del governo austriaco della città) alla guida di una squadra di coraggiosi guerriglieri issò la bandiera tricolore sulla guglia più alta dell’imponente Duomo di Milano.

Fu Carlo Alberto che, nel dichiarare guerra all’Austria, volle inserire lo stemma sabaudo al centro della banda bianca del tricolore. Allora i colori della bandiera furono disposti in verticale con il verde vicino all’asta. Fu disposto altresì che i funzionari di “Pubblica Sicurezza”, nell’esercizio delle loro mansioni, dovessero indossare la sciarpa tricolore.

Nella prima “Guerra di Indipendenza” gli studenti delle Università di Pisa e di Siena, arruolatisi volontari, s’immolarono stringendo in mano il tricolore nella battaglia di Curtatone e Montanara. Il loro eroico sacrificio valse ad ostacolare l’avanzata austriaca e permise la vittoria dell’armata italiana a Goito.

Non si può, a questo punto,   celare la deplorevole ordinanza del Prefetto di Perugia, Raimondo Orsini, con la quale si stabiliva che chiunque fosse sorpreso in pubblico con indosso un qualunque nastro, coccarda o fazzoletto tricolore, sarebbe stato punito con una pesante ammenda e, in caso di recidiva, con la carcerazione.

Durante le guerre di “Indipendenza” il tricolore divenne una volta per tutte il simbolo dell’unità d’Italia, accompagnato e celebrato in canti popolari: “ la bandiera di tre colori è sempre stata la più bella, noi vogliamo sempre quella, noi vogliam la libertà”; ed anche: “Italia bella, fiorente e forte, sorriso eterno di primavera, Iddio l’ha scritto sulla bandiera il nome santo della libertà”.

Nel 1912, in occasione dell’inaugurazione del tronco ferroviario a cremagliera (primo in Italia)la città di Volterra fu ammantata di bandiere tricolori per accogliere il re, Vittorio Emanuele III. Manifestini tricolori – e non bombe- furono lanciati da Gabriele D’Annunzio sulla città di Vienna durante la guerra 1915-18, volendo inneggiare alla pace e alla libertà.

Il “Milite Ignoto”, il soldato senza nome, caduto durante il primo conflitto mondiale, fu avvolto nella bandiera tricolore e condotto da Aquileia a Roma, attraversando, durante il viaggio, stazioni imbandierate, mentre folle festanti salutavano il passaggio del convoglio.

Giovanni Palatucci, ultimo Questore di Fiume fu intrepido nell’imporre al Governatore tedesco, che occupava la città, di mantenere issato il tricolore sul Palazzo della Questura. La gloriosa bandiera fu ammainata soltanto il giorno del suo arresto e deportazione a Dacau, ove fu arso vivo pochi giorni prima della liberazione, meritando, per questo, la medaglia d’oro alla memoria.

Le città di Domodossola, Montefiorino (Mo) e Torriglia (Ge), nel corso della guerra 1940-45, una volta liberate dai nazifascisti, vennero costituite come repubbliche autonome dai partigiani e sui pinnacoli dei loro edifici pubblici venne innalzata la bandiera nazionale epurata dallo stemma sabaudo.

Così anche bandiere d’ispirazione comunista, garibaldina, monarchica e liberale furono l’emblema delle formazioni partigiane combattenti contro il tedesco invasore.

Un  quadratino nero veniva aggiunto sulla bandiera della brigata garibaldina “Fratelli Cervi”ogni malaugurata volta che un compagno cadeva in combattimento.

Il 22 dicembre 1947 fu festeggiata la nuova Costituzione Repubblicana dello Stato e fu stabilito, come vessillo nazionale, il ”tricolore”.

La stessa nave scuola “Amerigo Vespucci”, varata il 22 febbraio 1931, tuttora in servizio presso l’Accademia Navale di Livorno, ostenta con fiero orgoglio sui suoi pennoni il tricolore arricchito dagli stemmi delle gloriose “Repubbliche Marinare” di Genova, Venezia, Pisa ed Amalfi e lo porta a sventolare, sopra al suo ammirato splendore, in ogni parte e in tutti i mari del mondo.

Anch’io, già da ragazzo, ho sempre avuto uno sviscerato amore per i tre colori. Un amore che mi ha portato ad apprezzare l’Italia e ad impegnarmi per essa, combattendo per la libertà.

Ora vorrei, in questa sacra ricorrenza, venisse condiviso, soprattutto dai giovani, il desiderio di vedere la nostra bandiera portatrice di pace in tutto il  mondo.

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* “Mario Canessa, classe 1917, è mancato il 7 agosto 2014. Toscano oriundo di Rapallo, già dirigente generale al Ministero degli Interni,  per i suoi meriti e atti di valore  è stato insignito di numerosissimi riconoscimenti, onorificenze e titoli. Tra essi, quello di Grande Ufficiale al merito della Repubblica, di Cavaliere del Santo Sepolcro, la Medaglia d’oro al Valor civile della Presidenza della Repubblica, la proclamazione di “Giusto tra le Nazioni” da parte dello Stato di Israele, il “Grosso d’Oro” della Città di Volterra, il premio di “Santa Giulia” della Diocesi di Livorno, la “Livornina d’Oro” e la Cittadinanza Onoraria della Città di Livorno, il “Rapallino d’Oro” e la Cittadinanza Onoraria della Città di Rapallo, la Cittadinanza Onoraria di Tirano. Il suo nome è inciso perennemente  nel Museo di Yad Vashem, il luogo della memoria della Shoah, e nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme e del Mondo di Noventa Padovana (Italia). Per l’Associazione “Liguri Antighi – I Rapallin”, oltre che ad esserne stato Socio cofondatore e Presidente Onorario sino alla morte, è stato l’Amico più grande, più caro e meraviglioso del mondo!”

 

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