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Ansia come se piovesse

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Ieri, abbiamo vissuto una fase dell’esistenza umana in cui al periodico fenomeno della pioggia non veniva d’obbligo assegnare timor panico. Si reagiva con un’ attenzione adeguata all’intensità della precipitazione in atto e alla personale situazione.  In sostanza, si narrava un fenomeno naturale in corso che, in quanto tale, poteva anche portare con sé danni collaterali, devastazione. Persino morte.

Oggi, stiamo vivendo una fase evoluta in cui, sullo stesso fenomeno meteorologico, corre obbligo burocratico di catalogare e previsionare l’intensità delle precipitazioni atmosferiche, onde procedere d’autorità all’immediato pubblico pre-avviso  circa la stimata entità. Da qui, gli allarmi giallo, arancione,  rosso, in ordine crescente di pericolo.

L’adozione di modalità allarmate, pur seguito coerente di precedenti tragiche esperienze,  tende giocoforza ad insinuare nei destinatari moti ansiogeni addizionali al livello corrente già visibilmente elevato.

In una Società così impostata, il fenomeno pioggia conduce al moto d’ansia già al livello minimo di allerta, in relazione alla concatenazione di svariate necessarie cautele.

L’evidente paura istituzionale delle responsabilità, accanto alla lecita paura dei possibili effetti devastanti dell’evento meteorologico in sé, costituisce la spinta propulsiva all’adozione di misure di sicurezza e di alert comunicativi a supporto.

Un panorama in cui il proposito istituzionale dell’ avere cura del benessere del cittadino pare convergere nell’emanazione tempestiva di comunicazioni collezionate da una vasta burocrazia, utile per definire gli altrui adempimenti e doveri, essenziale per manlevare gli Organi preposti da connesse responsabilità.

Sia come sia, lo stillicidio di allerte a largo spettro ansioso,  se permea un processo di normalizzazione autoritaria, non agevola la condizione di benessere psichico dell’individuo, la cui esistenza quotidiana, a visibile riprova di ciò, ne permane governata.

Uno stato di allerta costante, esteso ad ogni ambito civico-relazionale, induce il cittadino ad un surplus di cautele accessorie, autonome rispetto all’ opportuna attenzione verso il singolo evento.

Ciò non tarda a costituire un invisibile gravame che, per uso di ironia, ricorda a tratti il peso della volta celeste sulle spalle del mitologico Atlante.

In via generale, l’idea tuzioristica della massima tutela possibile, tipica espressione della burocrazia istituzionale,  identifica nella norma l’esclusione per sé – ma non per gli altri – delle paurose responsabilità civili e penali.

Questo approccio polifobico (etimologicamente, pauroso di tutto) estende il suo dominio fin dalla filiera Istituzioni versus Cittadino, tra dribbling & rigori regolamentari.

In conclusione, se è prevedibile che tal confuso panorama crei difficoltà nel distinguere tra allarmi e allarmismi, l’ ansia come se piovesse é un esito previsto.

 

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