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Fiori all'occhiello

Ingratitudine familiare

Ingratitudine familiare (ph fiori all'occhiello)

Anche nei labirintici anfratti domestici in cui ancora orbita la parte superstite dell’agire affettivo, il cosiddetto altruismo particolare, non è sempre facile riconoscere e apprezzare un atteggiamento sinceramente affettuoso.

Detto fatto, una forma di diffidenza incista persino questi luoghi protetti.

A maggior ragione, in tale privata e ridossata circostanza, non è facile metabolizzare la destinazione  di un merito per chi, pur coinvolto nell’ asse relazionale, si estraneizza dalle incombenze, abituando i familiari all’assenza: così impreziosendola, in quanto inattesa e sporadica.

Per irriverenza narrativa, già nell’omertà che pare connotare le tipiche relazioni affettive è possibile riconoscere latente la prassi dell’ingratitudine, in base alla quale ogni ambito familiare costituisce storia a sé e, nel contempo, storia generale.

Tra danno e beffe, suscita frequente rampogna colui (o colei, indifferentemente) che, malgrado tutto e tanti, si adopera senza risparmio, senza pensare ad una retribuzione morale.

In specie, l’individuo dovrebbe cautamente emanciparsi da gloriose aspettative, nella misura in cui tanto la propria presenza  tende ad essere deprivata del merito, quanto apprezzata, per inversa proporzione, la non-presenza di altri.

Tralasciando i dettagli per cui tale fenomeno si possibilizza, resta la circostanza di concentrarsi in-sé-per-sé sulla propria attitudine affettiva. E in ciò soltanto trovare consolazione.

Traducendo la questione, si può adattare la riflessione di William Blake, “l’uomo è incapace di baciare la gioia quando passa”, includendo in essa anche e soprattutto l’iter familiar-affettivo.

Per estensione, l’aspetto trova radicamento tra le pieghe sgualcite dell’educazione, della sensibilità individuale, dell’indole. Poiché, se è naturale, in chi ne ha attitudine,  auto-alimentarsi  nello slancio  generoso e mai demordere, è altrettanto naturale che ciò non sortisca sempre un automatico riscontro, l’ altrui validamento.

Estremizzando, un rovinare iniquo è destino possibile per chi s’impegna e s’offre spontaneamente, giacché esso incorre, per statistica, nell’ingratitudine, quando non anche in sottaciuta critica. All’opposto, la tattica del dis-impegno scantona da tale irriverente ingiusto epilogo, conteggiando consapevolmente le proprie  manchevolezze.

Ogni buon proposito, nella composizione dell’agire umano, scontando le eccessive aspettative del soggetto, non mette in conto l’abitudine a possibile sbiadimento della gratitudine.

D’altro canto, la circostanza è con evidenza ciclica, visto che “l’umana gratitudine si manifesta non comprendendo i propri benefattori”, scomodando un pensiero di F. Nietzsche.

 

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