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Continua il mito di Fausto Coppi

di Massimo Lagomarsino

Per ragioni anagrafiche, sono nato il 13 maggio 1953, non posso ricordare il grande Fausto Coppi. Però ho ancora presente uno dei più sfocati ricordi della mia infanzia. Nel 1958, vivevo a Genova, eravamo agli albori di quel boom economico che forse ha il difetto di avere un po’ drogato la mia generazione. In casa non c’era ancora né frigorifero, né lavatrice, né televisione che sarebbero arrivati, nel rigoroso ordine indicato, pochi anni dopo.

Il burro stazionava fuori della finestra meno esposta al sole e l’unico refrigerio nelle calde giornate d’estate arrivava da qualche chilo di ghiaccio acquistato per poche lire dal carbonaio nei fondi della chiesa. Era la fine di maggio si correva la Mondovì-Chiavari, in questo caso diventa indispensabile quale aiuto alla memoria: la statistica. I miei genitori decisero di portarmi a vedere il passaggio dei girini, scelsero quale luogo migliore il muretto posto in corso Aurelio Saffi poco sopra la questura, la sopraelevata non esisteva ancora.

 Tutti cercavano Coppi, ma credo in pochi riuscirono a scorgerlo, i ciclisti sparirono in un lampo per imboccare via Carlo Barabino. Di quella bella giornata ricordo la carovana pubblicitaria con l’omino Michelin, la macchina dell’amaro Ramazzotti ed una piccola saponetta Palmolive lanciata da una vettura al seguito.

 <Vedi – disse mio padre – si sono accorti che avevi le mani sporche e hanno gettato il sapone>. Allora, a cinque anni appena compiuti, si credeva a tutto: Gesù Bambino, la saponetta ed anche al rischio di finire nei “Garaventini” per i meno ubbidienti. Il ricordo del grande Coppi si ferma lì, intravisto in quel caldo pomeriggio di fine maggio dove nella corsa rosa si rispecchiava la corsa della vita. Ora sono trascorsi cinquantanni dalla sua morte, celebriamo un grande campione, anni indimenticabili, e forse, anche un po’ la nostra giovinezza.