di Pietro Burzi

A Rapallo, nel 1600, visse una donna denominata “la strega Caterina”: la donna era di origine corsa, infatti era definita “ la Cagna Corsa”. Dopo varie indagini del Senato di Genova, scaturite a causa di denuncia contro di lei effettuata dal Capitano di Rapallo Emanuele da Passano, che la arrestò, venne condotta a Genova, dove il 30 agosto 1630 fu messa al rogo in Piazza Banchi, il luogo prescelto, dove solitamente venivano bruciate le streghe.

L’accusa di stregoneria si reggeva su varie testimonianze di persone che la accusavano di aver fatto morire dieci neonati e di aver venduto almeno cento fiale di veleno. In verità, l’unica cosa che accomunava le streghe liguri con tutte le altre, era la loro completa innocenza; molte donne furono arse sul rogo in Piazza Banchi a Genova, come in centinaia di altre piazze d’Europa, e tutte erano colpevoli unicamente del fatto di essere vittime di qualcuno che avesse parlato male di loro con le persone giuste.

Lo storico Arturo Ferretto, pubblicò un opuscolo: “Rapallo – spigolature storiche” nel quale si legge del processo alla strega di Rapallo : ……………. il 6 luglio 1630, il magnifico “Emanuele dei Signori di Passano, Capitano di Rapallo, scriveva al Senato di Genova: “Hieri mi capitò alla porta una povera donna, che di continuo cercando limosina, e mi fu detto che essa è una strega; io per curiosità la feci chiamare, messandola di farla porre nelle carceri……….. mi vennero molte persone a dire che questa tale, è reputata una strega comunemente………. onde mi parre bene di farla porre in carcere………….”.

La povera mendica fu arrestata, e voci popolari insorsero accusandola d’aver fatto morire dei bambini, per cui si legge in una lettera del 18 luglio, che la donna “Cattarina”, ossia Manola, detta “la Cagna Corsa”, è realmente maga ed incantatrice, stante i rapporti presentati da persone degne di fede, e che per conseguenza fu condotta legata alle carceri del castello. Il 23 luglio fu istruito il processo, e sfilarono i testimoni, quasi tutti provenienti da San Pietro, quartiere frequentato dalla “strega”; per prima fu ascoltata certa Brigidina che così parlò: ”Di Gatturiga detta la Cagna Corsa, che per Rapallo è schivata e tenuta pubblicamente per una strega; et una volta mi domandò del sale, e perchè non li ne volsi dare, mi disse al vero rendere, et allora presi sospetto che mi dovesse fare qualche affronto alli miei figlioli piccolini, uno dei quali è morto a quindici anni, perchè nato grametto”. I testimoni sfilarono per tutta la durata del processo, che fu chiuso l’11 agosto 1630, con inevitabile condanna al rogo della povera Cattarina, proveniente dalla Corsica, che per diversi anni aveva frequentato San Pietro di Novella, e che venne arsa viva, accrescendo il numero delle tristi vittime della superstizione e dell’ignoranza .

 

 

 

di Pietro Burzi

La lavorazione dell’ardesia risale ad almeno 2300 anni fa, già allora si era capito che in questa pietra esiste una naturale spaccatura lamellare, e quindi ci ricavavano delle lastre; tanto è vero che i Romani denominarono i Liguri che abitavano quel tratto di territorio compreso tra il promontorio di Portofino e Sestri Levante : “Tigulli”, motivo per cui questo golfo si chiama ancora oggi “golfo Tigullio”, e li chiamarono così per la loro attività di fare le tegole, infatti in latino “tegula” è sinonimo di ardesia. Il nome ardesia deriva invece dal francese “ardesie”, che a sua volta deriva da Ardennes, provincia francese in cui si sviluppò in passato una delle prime industrie estrattive dell’ardesia, dato che in quella regione ed in quelle montagne l’ardesia si formò, da un punto di vista geologico, molto prima di quella ligure.

Un altro nome con cui viene denominata l’ardesia è “lavagna”, ma non è come si pensa; secondo una tesi più aderente alla realtà ed a fonti storiche la città prende nome dal fiume Lavagna lungo il corso del quale venne edificata, ed il fiume prende nome dal Monte Lavagnola, dalle cui pendici sorge attraversando tutta la Val Fontanabuona per circa quaranta Km., comunque “lavagna” è divenuto sinonimo di ardesia.

L’ardesia è una roccia argillosa a grana minutissima di colore grigio o nero, facilmente divisibile in lastre sottili, resistenti agli agenti atmosferici, formatasi in ambiente marino attraverso lunghi periodi di sedimentazione e di compressione risalenti all’era del “Cretacico Superiore”, terzo periodo dell’era Mesozoica, compresa tra i 225 ed i 70 milioni di anni fa, periodo in cui si formarono anche calcari, arenarie, basalti, ecc.

L’ardesia al momento dell’estrazione si presenta di colore nero, tendendo poi a schiarirsi fino ad assumere una pigmentazione grigio chiara, la tonalità scura è dovuta a residui carboniosi, che una volta a contatto con l’ossigeno, l’umidità e le radiazioni ultraviolette, si volatilizzano, dando vita ad un processo di ossidazione. L’ardesia contiene silicio, e questo è il motivo per cui i minatori erano tutti malati di silicosi; la sua polvere finissima, al microscopio, si presenta come tanti piccoli aghi che respirati si piantano nelle vie respiratorie. L’ardesia è spesso definita come pietra morbida, ma non è proprio così, dato è catalogata come pietra di media durezza al pari del marmo bianco, ed hanno lo stesso peso specifico, un metro cubo pesa ben 2800 Kg.

La scultura

Nel Medio Evo alcune scuole di scalpellini si specializzarono nella scultura dell’ardesia e precisamente nella decorazione a rilievo di portali ed architravi. Genova, il Genovesato ed il Tigullio sono ricchi di portali scolpiti, vantando i più fastosi esempi di questa arte; queste opere d’arte sono talmente numerose da farci pensare che coloro che erano dediti all’attività scultorea dell’ardesia fossero veramente molti. Oggi con dispiacere dobbiamo constatare che questa attività è oramai scomparsa, ma è la scultura in generale che va scomparendo, perché i laboratori sono dotati di pantografi che permettono di realizzare sculture a prezzi nettamente inferiori di quelle realizzate dalla mano dell’uomo, che risultano però pezzi unici, mentre le prime sono sculture morte, senz’anima, fatte in serie come le fotocopie.

La scultura è un’attività propria dell’uomo, esso scolpisce da sempre, e quello che si perde non è solamente la conoscenza della tecnica, ma molto di più, la creatività, la capacità di dominare questo materiale così duro, forte, resistente e di trarne delle forme e delle figure. Oggi si definisce scultura tutto ciò che è realizzato in modo tridimensionale a scopo plastico, ma non è così; il termine scultura deriva da “sculpere”, “scalpellum” ed indica un’attività ben precisa, poi esiste il modellato, gli assemblamenti, le installazioni, le fusioni, l’intaglio, ma non sono scultura, sono attività differenti, che non intendo sminuire, ma solo sottolineare che non possono essere considerate scultura.

La tecnica e l’attrezzatura per scolpire la pietra è la stessa per qualsiasi materiale, ma è necessario conoscere le caratteristiche delle pietre, non si può indiscriminatamente adattare un soggetto ad ogni tipo di pietra, ma bisogna scegliere il materiale adatto a ciò che si vuole realizzare; in ardesia non si può fare quello che si riesce a fare con il marmo, poiché la prima è adatta alla realizzazione di forme compatte, per intendersi, è impossibile fare una mano di ardesia, che però permette di ottenere sullo stesso pezzo diverse gradazioni di grigio fino al nero, a seconda di come la si lavora, mentre nel marmo vanno create delle profondità per ottenere delle ombre.

L’attrezzatura

Gli attrezzi per il lavoro manuale sono gli stessi di mille anni fa: lo “scalpello piano”, che va dai tre millimetri di larghezza in su, a seconda della necessità e dell’uso; “l’unghietto”, simile al primo, ma privo degli spigoli; la “gradina”, che consiste in uno scalpello con dei dentini da due a cinque, che possono terminare piatti o aguzzi a seconda della necessità; la “subbia” che è una punta per la sgrossatura; la mazzetta che è realizzata in un metallo più dolce dello scalpello per evitare l’effetto fungo nella parte terminale dello stesso per non rovinarlo.

Cosa curiosa è che la mazza si utilizza colpendo con la parte larga della stessa, per avere una battuta maggiore, ed infine il trapano che pochi sanno essere da sempre utilizzato nella scultura quasi quanto lo scalpello: anticamente c’era quello con l’archetto, detto anche “violino”, poi si passò a quello a manovella, oggi si dispone di attrezzi elettrici con punte diamantate. La mazzetta va utilizzata con un lavoro di polso, non serve forza e violenza nei colpi, che devono solamente essere decisi e determinati, ma è la mano sinistra quella più importante, che impugna lo scalpello e determina con il suo movimento la profondità, la direzione e l’obliquità del lavoro dell’attrezzo. L’attrezzatura moderna fornisce lo scalpello pneumatico, da utilizzare con un compressore, il quale permette di recuperare tempo e fatica (ma per mani esperte), dischi diamantati da taglio e smeriglio, frese di ogni tipo, misura e forgia ed altro ancora.

La lavorazione

Per eseguire un basso o alto rilievo (si considera alto rilievo quando la figura sporge per almeno metà del suo spessore) la tecnica non è cambiata dall’antichità: si fa un disegno sulla lastra di pietra, e lo si ripassa scalpellandolo per non cancellarlo, poi si inizia a scavare tutto intorno al perimetro del disegno fino ad ottenere un canale della profondità che riteniamo utile al rilievo, ed a questo punto, sfruttiamo la caratteristica dell’ardesia della sua spaccatura lamellare: battiamo con lo scalpello sul lato della lastra di pietra e si staccherà la parte da eliminare, ripetiamo l’operazione sugli altri alti (sistema utilizzato dagli “spacchini” per fare le tegole) ed evitando molto lavoro e fatica, il nostro disegno risulterà in rilievo isolato sulla lastra.

La fase successiva è quella di modellare con gli scalpelli il soggetto facendogli prender forma, con un trapano o frese procedendo poi alla realizzazione delle profondità (sottosquadra), in ultimo si passa alla levigatura con l’aiuto di raspe da pietra per eliminai segni dello scalpello, poi con carta vetro, di volta in volta sempre più fine per togliere i segni delle raspe; più si va a levigare e lisciare, più l’ardesia diventa nera, mentre nelle parti lavorate a scalpello o raspa risulterà di colore grigio chiaro.

La scultura in ardesia a tutto tondo

Fino ad oggi in ardesia si erano realizzate solamente sculture a rilievo, ad eseguire lavori a tutto tondo non ci avevano mai neppure pensato, proprio per quella “naturale spontanea spaccatura lamellare”, ma non è impossibile, il segreto è quello di utilizzare la pietra che le aziende del settore scartano, quella che gli addetti al mestiere chiamano “scòggiu”, “pria” (scoglio,pietra), quell’ardesia che si trova all’inizio o alla fine del filone, quella pietra dura con poche linee di frattura, che non è utile all’utilizzo indu-striale, ma è invece proprio questa caratteristica necessaria allo scultore per cercare di trarne una scultura a tutto tondo, dico “cercare” perchè comunque il pericolo che si rompa durante la lavorazione è altissimo, possiamo dire che supera il 70%, questo va messo in conto prima di iniziare; mentre nel marmo può capitare che si rompa un pezzo, l’ardesia si apre per tutta la sua lunghezza dividendosi in due. Per realizzare un rilievo come detto si fa un disegno, si toglie la pietra superflua, e poi si danno dei piani, per la scultura a tutto tondo cambia proprio l’approccio mentale, di fronte al blocco di pietra, è necessario vedere subito in esso la forma che si vuole andare a realizzare, ricordando che che quello si toglie non si potrà più rimettere, ciò significa che la scultura implica sicurezza e decisione.

Il graffito

Un altro utilizzo artistico al quale l’ardesia si presta particolarmente per la sue caratteristica di ottenere chiari e scuri è il graffito; utilizzando una lastrina che dovrà essere ben levigata, per cui risulterà di un bel colore nero, la si spalmerà con un sottile strato di cera. E’ necessario procurarsi una punta di metallo per incidere ed uno straccio per togliere la polvere che si crea graffiando la pietra. Il disegno da realizzare può essere trasferito sull’ardesia anche con l’aiuto di carta carbone, che nonostante lo sfondo scuro si riesce ad intravvedere, ma esiste anche la carta carbone bianca, anche se più difficile da trovare; quindi con la punta di metallo si inizia ad incidere l’ardesia seguendo la traccia del disegno. Chiaramente il risultato e la qualità del lavoro dipendono dalle capacità artistiche e pittoriche individuali, bisogna giocare con i chiari e scuri che si possono realizzare sulla pietra, ma certamente con un poco di esperienza si ottengono buoni risultati.

Opera di Pietro Burzi

 

Dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Liguria riceviamo e pubblichiamo

Il Museo Archeologico per la Preistoria e Protostoria del Tigullio di Chiavari (Via Costaguta, 4) effettua un ciclo di aperture speciali, di lunedì mattina (dalle 10.30 alle 13.30) e di pomeriggio (dalle 14.30 alle 17.15); giovedì dalle 9.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 17.15. L’iniziativa partita venerdì 30 dicembre (dalle 14.30 alle 17.15) e si concluderà nel mese di aprile 2012. Ingresso gratuito. Info: 0185 320829

Il Museo Archeologico per la Preistoria e Protostoria del Tigullio di Chiavari (via Costaguta, 4) ha da poco iniziato un ciclo di aperture speciali

La prossima data prevista è  giovedì 5 gennaio, vigilia dell’Epifania dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 17.15.

Orario consueto di apertura al pubblico: dal martedì al sabato, seconda e quarta domenica di ogni mese dalle 9.00 alle 13.30. Ingresso libero (Per gruppi e scolaresche, che non devono superare le 30 unità, è necessaria la prenotazione).