Recco: il saluto di Cafè Philo a Enrico e una poesia

Da Cafè Philo Recco  riceviamo e pubblichiamo

Carissimo Enrico,

ti vedo entrare da quella porta con il tuo sorriso aperto e cordiale, lo sguardo vivo e intelligente. Accanto a te la tua dolce e inseparabile metà, Dede. Mi piaceva molto riconoscerti nel tuo maglioncino giallo, ti stava bene, eri tu, luminoso e gentile. Hai accolto la nostra ‘follia’ del Café Philo con l’entusiasmo puro di un bambino. Hai dato ‘casa’ al nostro progetto per una Recco un po’ diversa, dove poter parlare di filosofia e di poesia, di fisica e di arte, per stare insieme gustando le cose buone della vita.

Lo sappiamo, siamo viaggiatori in attesa della nostra fermata. È stato un regalo della vita poter condividere un po’ di tempo con te, diventare amici, ascoltare le tue storie, lasciarsi contagiare dalla tua curiosità e dalla tua cultura. Ci siamo fatti buona compagnia.

Ciao Enrico, il nostro ingegnere.

Grazie, con tutto il cuore.

Cristina e gli amici di Café Philo

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PS. Ti ricordi quando ci hai regalato la ‘tua’ poesia? Quella che tuo fratello ha scritto per il tuo compleanno, che racconta di Levanto, del tuo mare, dei tuoi affetti … la tua voce era commossa… Eccola, la condivido con tutti gli amici.

Il canto della Pevea nelle onde

A Enrico, il tre ottobre 2017

Nessuno sa dire alle onde

di smettere

quel loro andare incessante,

la danza sottile dell’ansia

creativa di molti pensieri.

 

Ogni onda compare imprevista

così l’altra dall’altra,

tutte corrono in modi diversi

ancora stuzzicano e spingono

inquiete le creste vicine.

 

Nel sole basso di ottobre

spargono troppe scintille

per poterle guardare,

aspettano la luce radente

per mandare bagliori arroganti,

incalzanti prima del buio.

 

Nascosta poco sotto le onde

dorme nel mezzo del golfo

l’isola che non c’è mai stata,

bambina male cresciuta,

rimasta secca insidiosa, sirena

assassina di mille nocchieri.

 

A chi andasse a cercarla,

affannato di non saperla trovare,

fra le punte dei golfi,

il campanile e la torre,

sott’acqua improvvisa

compare la roccia.

 

Vestita di verde smagliante,

sa di essere bella e guarda

in alto il bagliore del sole

si chiede sgomenta perché

non abbia saputo uscire

a parlare al vento e le onde.

 

Ma ecco l’inutile roccia

dona un aperto sorriso,

a chi le viene a parlare.

 

Allora l’affanno si quieta,

come ad aver rincontrato

un viso tra la folla e i ricordi,

amicizia persa nel tempo.

 

Stasera le onde si alzano

danno schiaffi alle rocce

nel buio prendono forza,

si incontrano a cantare nel vento

l’aspro coro della bufera.

 

La roccia allora respira

La secca si bagna di spruzzi, selvaggia

appare come balena che salta.

 

Pevea, tragica attrice, recita

la sua adolescenza mancata

le onde la lasciano emergere,

ascoltano la sua sofferta poesia.

 

Le piace farsi guardare,

ogni rima è melodia nel vento,

le onde ne marcano il ritmo

e chi da lontano la guarda

capisce la storia che dice.

 

C’è chi nel sonno ha sognato

l’isola cresciuta Pevea,

ne ha visto spiagge e villaggi,

ora ascolta il canto che dice

pensieri di triste rimpianto

di non aver saputo di essere grande.

 

Ma la prima luce del giorno

accoglie la roccia che emerge, grande

fra le cime dei monti lontani

tersi orlati di neve.