Camogli: Farida Simonetti, alla scoperta delle radici

Farida Simonetti, direttrice dal 1987 di Palazzo Spinola, moglie di Graziano Ruffini, docente all’Università di Firenze di Storia del libro antico e mamma di Camilla, scenografa. Ha mosso i primi passi come funzionario della Soprintendenza nella sua Camogli. Grazie all’indiscussa preparazione, ma anche ad alcune intuizioni, è stata protagonista di vicende culturali che uniscono la Camogli di ieri a quella di oggi. Il suo nome è legato ad iniziative innovative molte apprezzate.

Quali sono gli interventi per lei più significativi? “Il restauro degli ex voto marinari della Madonna del Boschetto e la riapertura del teatro Sociale. Perché riguardano le radici di Camogli. Vi ritroviamo i legami per capire i rapporti col passato e gli elementi per costruire il futuro; comprendere dove andare. In questo lavoro mi ha aiutato il fatto che, pur appartenendo a una famiglia di Camogli, ho studiato altrove, ho vissuto altrove e sono ritornata guardando la realtà con gli occhi di una forestiera”.

Partiamo dagli ex voto. “Erano opere degradate che necessitavano di restauro; lo eseguì Stefano Meriana che svolgeva servizio civile; il dottor Giuliano Capace, presidente del Lions Club Golfo Paradiso, decise di sponsorizzare il restauro. All’inizio avevo deciso di dividere gli ex voto a seconda degli autori: Arpe, Gavarrone, Canetta, Cammillieri. Poi mi resi conto che il valore di quei quadri sta nelle persone, nelle rotte, nei carichi, nei commerci, nell’economia, nella ricchezza. Nella forza di equipaggi che sui velieri doppiavano Capo Horn e il Capo di Buona Speranza”.

Oggi ha scoperto che su uno dei velieri riprodotti negli ex voto viaggiava un suo bisnonno “Si chiamava Gio Bono Simonetti ed era un nostromo; nel 1888 era a bordo del ‘Teresa Olivari’ insieme al capitano Gio Batta Mortola e al dispensiere Gio Batta Chiesa. Come si evince da un ex voto. Da qui l’invito ai camogliesi a frugare nelle carte di famiglia e scoprire se anche un loro bisnonno era salito al Boschetto a portare alla Madonna uno degli ex voto oggi in mostra. Mi chiedo se Gio Batta Mortola e Gio Batta Chiesa abbiano dei discendenti. L’auspicio è quello di riuscire a formare un ‘nuovo equipaggio’ con i camogliesi di oggi, eredi di quelli che fecero la grande Camogli dei mille bianchi velieri”.

Lei è una palchettista, ossia possiede parte della proprietà dello storico teatro. Se oggi è aperto, Camogli lo deve anche a lei. “Quando conobbi l’avvocato Andrea Cichero, presidente dei palchettisti, ebbi uno scontro. Io anziché un teatro abbandonato, volevo un teatro aperto al pubblico. Negli anni Settanta gli ultimi spettacoli musicali furono organizzati dall’allora presidente dell’Azienda di soggiorno Sandro Bariletti. Debbo dire che durante uno di quei concerti conobbi l’uomo che è poi diventato mio marito; al teatro mi lega anche questa circostanza”.

Poi lei indicò la strada per la ripartenza. “Nel 1996 il primo passo essenziale: il vincolo all’edificio. Tra le giornate importanti ricordo la Festa del Fai di primavera. Dopo 40 anni riapriva il Sociale; nel quaderno apposero la loro firma più di mille visitatori. C’erano anziani che ricordavano i veglioni organizzati in teatro a cui avevano partecipato; gli spettacoli che erano rimasti loro impressi; la proiezione dei film cui avevano assistito. Fu un’emozione riscoprire il rapporto tra le persone e il teatro. Nel 2001 l’avvio della Fondazione che ne ha permesso il restauro e la riqualificazione”.

Lei seguì anche un altro storico restauro conservativo, quello dell’abbazia di San Fruttuoso. “Assieme alla collega Piera Melli. Ebbi così modo di conoscere Giulia Maria Crespi, che aveva un carattere forte, e il marito architetto Guglielmo Mozzoni che dirigeva i lavori. Ricordo quel periodo soprattutto per il mio impegno di ‘diplomatica’. A San Fruttuoso vissero l’arrivo del Fai con molta diffidenza. Io ascoltavo ciò che Mozzoni proponeva, condiviso dalla Soprintendenza; poi andavo dall’allora parroco don Carlo Trinca, fermo sulle sue posizioni, per trovare un compromesso. Oggi i rapporti tra il Fai e gli abitanti sono cambiati.”

Lei a San Fruttuoso curò anche il restauro del Cristo degli Abissi. “Parliamo del 2004 a cinquant’anni dalla posa della statua, opera dello scultore Guido Galletti, nella baia di San Fruttuoso. Un’àncora aveva staccato una mano al Cristo; l’opera di restauro fu molto complessa ed ebbe un’ampia rilevanza mediatica. Nell’occasione curai l’edizione di un volume dove oltre alla descrizione tecnica del restauro vi è la storia dei primi cinquant’anni del Cristo degli Abissi. Seguì un’esposizione della statua restaurata in piazza De Ferrari, nel palazzo della Regione”.

Lei intuì anche l’uso culturale dei battelli turistici, fino ad allora semplici mezzi di trasporto. “Un’idea nata dopo il restauro di Villa Dufour a Mulinetti. Far conoscere le storiche ville affacciate tra Nervi e Camogli dove le famiglie erano solite villeggiare e spiegarne la storia, le caratteristiche, i personaggi che le avevano abitate. Ne parlai a Nino Bozzo, responsabile del Consorzio battelli del Golfo Paradiso. Assentì subito con entusiasmo; occorreva tuttavia che ci fosse un numero sufficiente di persone interessate. Pochi giorni prima dell’appuntamento ero a Venezia quando mi telefonò sconsolato per dirmi che le prenotazioni erano solo 25 ed occorreva quindi rinunciare. Qualche ora dopo mi ritelefonò: le persone prenotate erano aumentate a 148. Era fatta”.

Le conferenze in mare divennero un appuntamento fisso. “Con delle varianti come le ville e gli alberghi del Tigullio da Portofino al castello di Sem Benelli a Zoagli di cui esiste una pubblicazione; o l’archeologia industriale nel porto di Genova. Il battello è uno strumento per dare un contenuto: il cielo e le stelle; un concerto; la poesia; il paesaggio delle Cinque Terre”.

Altra sua invenzione la riscoperta del ‘barcheggio‘. “Una placca in argento realizzata nel 600 e conservata nella Galleria Nazionale di Palazzo Spinola raffigura un brigantino con nobili a bordo che stanno brindando. Il barcheggio consisteva nel fare una sorta di gita fuori porta, ma sul mare. Per festeggiare un matrimonio o un avvenimento importante. Barcheggiare, navigando lentamente su e giù, ovviamente a remi, era uno dei passatempi dei nobili genovesi e non solo, per il quale ognuno utilizzava l’imbarcazione che poteva permettersi. La prima volta lo ho organizzato a Genova; lo scorso anno in agosto a Camogli. Con il Dragun tanta barche che si muovono avanti e indietro senza meta, accompagnate dalla musica. Lo ripeteremo quest’anno venerdì 28 agosto”.

Quali sono state le prime opere di cui si è occupata a Camogli? “Nel 1980 ero ispettore della Soprintendenza e mi occupavo dei beni di Camogli, per lo più le chiese. Feci restaurare in Basilica un Paganelli collocato nell’abside, un Fiasella, l’organo. Allora la Soprintendenza disponeva di finanze e riuscii anche a restaurare un Barabino all’Oratorio di Ruta. Di quell’epoca una pubblicazione sulle opere della Basilica di Santa Maria Assunta ed una guida ai tesori della chiesa di San Rocco”.

C’è un episodio inedito. Anni fa si cercava una coppia che custodisse la chiesa di San Nicolò di Capodimonte. Si presentò un sedicente professore raccomandato da un falso vescovo. Solo quando il custode svanì nel nulla, ci si accorse che era un truffatore e che aveva rubato delle opere. “Era sparito un quadro raffigurante San Nicolò. Chiesi al pittore Raimondo Sirotti, di cui è in corso una mostra a Villa Croce a Genova, di reinterpretare, come lui solo sapeva fare, quel quadro. Mi accontentò; non solo, regalò il quadro alla chiesa”.

I prossimi suoi impegni? “Intanto la stampa di un nuovo libro edito da Tormena sugli ex voto del santuario del Boschetto. Ad ottobre andrò in pensione e potrò dedicarmi alla ricerca di testimonianze che raccontino il teatro Sociale del Novecento, prima della sua chiusura e del suo abbandono”.

Un’ultima domanda: lei ha le competenze, si candiderebbe sindaco di Camogli? “No. Sono una persona che se ha un obiettivo lavora per raggiungerlo. Ma devo essere sicura esistano le condizioni per poterlo concretizzare”.

Nella foto Farida Simonetti che ha concretamente risvegliato, anche tra i giovanissimi studenti, l’interesse per molteplici aspetti della cultura camogliese