Golfo Paradiso: “Il tornado Iva si abbatterà sul turismo”

Riceviamo e pubblichiamo questo articolo dell’ex-direttore della cessata rivista EccoRecco che, dal suo personale punto di vista, analizza le possibili ricadute di un aumento dell’Iva sulle attività turistiche e commerciali del Golfo Paradiso

di Giuseppe Rosasco

“Tagliare l’Irpef aumentando l’Iva: l’ipotesi allo studio del governo” così titolava pochi giorni fa il Corriere della Sera nel riassumere le varie posizioni all’interno della maggioranza in vista dell’annunciata riforma fiscale, per poi aggiungere, ventiquattro ore dopo, a conferma delle intenzioni governative: ”Aumento dell’Iva per hotel e ristoranti”.
Una domanda sorge spontanea: queste misure sono state preannunciate solo per vedere quale saranno le ripercussioni sui mercati (e sui sondaggi) o contengono un fondo di verità? Di certo queste ipotesi circolate sulla stampa e nei dibattiti televisivi, forniscono credibilità alle preoccupazioni di molti imprenditori del Golfo Paradiso, che paventano come conseguenza un’ulteriore contrazione delle attività commerciali e turistiche del comprensorio. Le motivazioni che stanno alla base di questi timori sono molteplici.

Intanto c’è da dire che, al pari di Genova, anche il Golfo Paradiso ha subito dal 1970 ad oggi una progressiva erosione delle sue attività industriali e artigianali , (di cui la chiusura dell’ Industria Meccanica Ligure di Recco rappresenta un po’ il simbolo), ma soprattutto delle sue attività di commercio al dettaglio, pur a fronte di una sostanziale tenuta del numero complessivo di abitanti (circa 30 mila). Questi fenomeni hanno impoverito il tessuto economico e sociale locale, non solo a causa dell’invecchiamento della popolazione ma soprattutto con la perdita di quella spinta imprenditoriale privata che aveva fatto la fortuna del comprensorio negli anni settanta-ottanta del secolo scorso. Un peggioramento addebitabile ai cambiamenti epocali generati dalla globalizzazione dei mercati e dalla “rivoluzione digitale”, i cui effetti sulla natura specifica dell’Italia (un territorio sostanzialmente montuoso composto da 8.000 comuni ricchi di arte e di tradizioni che rischiano di scomparire) non sono mai stati valutati attentamente dai governi succedutisi dagli anni ’90 del secolo scorso ai giorni nostri. Oggi ne possiamo valutare le conseguenze in termini di abbandono della dorsale appenninica e delle Alpi (con l’aumento della fragilità idrogeologica del territorio italiano), di crescente disoccupazione (con la necessità di introdurre “redditi di cittadinanza” più o meno giustificati), di crisi ricorrenti delle grandi e medie aziende ( non solo Ilva ed Alitalia) e dello stesso tessuto bancario, di maggior peso dell’economia sommersa, dell’esplosione del debito pubblico.

In una parola, l’acritico ingresso dell’Italia nel mercato globale, ha messo in crisi non solo la tradizionale offerta industriale e commerciale del Belpaese, ma ha snaturato le caratteristiche stesse di un territorio che per natura, ambiente, storia, offerta culturale avrebbe potuto trovare nella dimensione turistica un nuovo volano di crescita, da primato mondiale, a patto beninteso di mantenere quelle peculiari caratteristiche che da sempre hanno innervato di contenuti la storia civile, artistica ed ambientale d’Italia. Invece, in Europa a fronte dei 47 milioni annui di turisti che visitano il nostro Paese , ci surclassano la Spagna (61 milioni di turisti/anno) e la Francia (85 milioni di turisti/anno). Gli Stati Uniti sono visitati da 70 milioni di turisti all’anno.

Il fatto è che la globalizzazione ed Internet hanno inciso sull’essenza stessa dell’offerta commerciale ed ambientale italiana, ponendo le premesse per il gap nella crescita turistica rispetto alle più organizzate Francia e Spagna. Il Golfo Paradiso esemplifica assai bene questa situazione, avendo di fatto perso una sua autonoma identità, tanto da essere ormai considerato una periferia più o meno elegante di Genova, nulla più. A peggiorare questo stato di affanno e di mortificazione delle risorse imprenditoriali locali, incombe il ventilato aumento dell’Iva per alberghi e ristoranti e per i cosiddetti “generi di lusso” (quali?) . Ed è illusorio fare affidamento sulle cosiddette “grandi opere” promesse dallo Stato senza peraltro collegarle ai reali bisogni della popolazione. Perché, non dimentichiamolo, il Golfo Paradiso, come il resto della Liguria e di gran parte dell’Italia, vivono della bellezza e della vivacità dei borghi creati dalla fatica e dall’ingegno delle singole persone favorite anche da opportune decisioni politiche. Come si presenterebbe oggi Camogli senza l’intraprendenza dei suoi armatori nell’ottocento? Quale fascino avrebbe San Fruttuoso senza l’abbazia benedettina? E quali potenzialità turistiche avrebbero Sori, Bogliasco, Pieve Ligure, Avegno, Uscio senza le tracce di quella ciclopica attività dei nostri avi che hanno letteralmente tenuto in piedi la collina con i muretti a secco delle fasce? E quali attrattive potrebbe regalare il promontorio di Portofino se non fosse stato protetto da una legge del 1935?

Vien da pensare che invece di un aumento dell’Iva, che penalizza le fasce più deboli della popolazione e rischia di spazzare come un tornado decine e decine di negozi, sarebbe giunto il tempo di ripensare alla politica economica sinora seguita, valorizzando le piccole attività commerciali, artigianali ed industriali anziché oberarle di tasse e di adempimenti burocratici, per ridar vita e vivacità a quei borghi storici che altrimenti rischiano di diventare paesi fantasma. E, per restare nel nostro piccolo, ossia al Golfo Paradiso, forse i sette comuni che lo compongono potrebbero almeno provare a convergere sull’idea di estendere l’area protetta del costituendo Parco Nazionale di Portofino, e nel contempo stimolare l’adesione dei privati alle vigenti agevolazioni fiscali per il rifacimento delle facciate con opportune campagne di informazione, e, perché no?, consorziarsi per realizzare una comune politica turistica sui social e sul web al fine di catturare flussi consistenti di visitatori, favorendo così anche la ripresa di un’offerta alberghiera ormai ridotta ai minimi termini. Forse un cambio di mentalità vale molto più a livello nazionale di uno sciagurato aumento dell’Iva e a livello locale della ricerca di consenso nell’ambito del proprio campanile.