“Rapallo fa parte della mia vita”, lo afferma la senatrice Segre (1)

Ieri un bagno di folla a Camogli, il giorno prima a Portofino e Santa Margherita Ligure. La vacanza della senatrice Liliana Segre nel Tigullio, tenuta segreta per motivi di sicurezza, non è certo passata inosservata. Tutti vogliono manifestarle simpatia, vicinanza ideologica, ringraziarla per ciò che è e che dice. Una combattente.

L’appuntamento con la senatrice Liliana Segre, è al bar Caravaggio di Rapallo alle 11. Ad attenderla il figlio Alberto Belli Paci e l’onorevole Roberto Bagnasco. Alle 10.57 il figlio si stupisce che la mamma, sempre puntualissima, non ci sia. Arriva alle 11 esatte accompagnata dalla scorta. La raggiunge anche il sindaco Carlo Bagnasco, forse per concordare il giorno in cui le verrà consegnata la cittadinanza onoraria che il Consiglio comunale ha votato nei giorni scorsi all’unanimità.

La senatrice seduta al dehors, accetta di parlare coi cronisti, ponendo una sola condizione: niente politica.

Innanzitutto la cittadinanza onoraria. “L’ho ricevuta da tanti Comuni; uno, Bella in provincia di Potenza, non sapevo neppure esistesse. A Rapallo invece ho la casa comprata da mio nonno nel 1937, mai cambiato proprietà; è tra Rapallo e Zoagli, subito dopo il Bristol. Vi hanno vissuto i miei nonni, mio padre, io; oggi vi abita mio figlio con la sua bella famiglia. Quello con Rapallo è un legame molto antico. Rapallo fa parte della mia vita”.

Si dichiara anche molto golosa e ricorda con piacere la focaccia del panificio delle sorelle Figallo, ora chiuso.

Il rapporto con la Liguria risale però a qualche anno prima: “Avevo due anni quando arrivai a Celle. Sono tornata a rivedere la casa dove alloggiavamo, ma era stata distrutta da un bombardamento. Ho lasciato il mare della Liguria quando ho conosciuto mio marito che era nato sull’Adriatico. Meno bello del Tirreno, ma le ragioni del cuore prevalgono sulla scelta della località di villeggiatura”.

La conversazione si sposa sulla missione della senatrice che partecipa a decine e decine di incontri, perché le persone sappiano e non si ripetano le atrocità del passato: “Non sono né un’oratrice né ho mai insegnato. Incontro tuttavia miglia di persone, non solo studenti. Mi ascoltano in silenzio, con grande interesse. Per altro, se vedo che uno è disattento e disturba lo invito ad uscire”.

Ricorda anche quando, il 10 dicembre 1943, fu respinta assieme al padre e a due cugini alla frontiera svizzera. Spiega di non avere mai voluto conoscere il nome di chi ne provocò l’invio ad Auschwitz da cui lei sola si salvò, solo “per caso”.

La mozione per istituire una commissione parlamentare contro l’odio non è stata votata da tutti; lei ne assumerà la presidenza e auspica di vederla in funzione non a parole, ma nei fatti, entro l’anno.