Rapallo: “Io mamma di un ragazzo di Dubai, vi racconto il dietro le quinte”

Abbiamo chiesto all’architetto Alessandra Rotta, che a Rapallo tutti conoscono per le infinite iniziative culturali cui si dedica di raccontarci le sue emozioni, come mamma di uno degli studenti del Liceti medaglia d’argento a Dubai ai campionati mondiali di Robotica (Nella foto Alessandra Rotta e il vicesindaco Pier Giorgio Brigati che ha collaborato alla trasferta dei ragazzi che, per regolamento, dovevano reperire con proprie iniziative i fondi per il viaggio a Dubai)

di Alessandra Rotta

“Mamma, a scuola fanno un corso di robotica. Posso iscrivermi? È per l’alternanza. Dai mamma, per piacere!!”

Inizia così, l’avventura di quattro ragazzi dell’Istituto Liceti di Rapallo che, alcuni anni fa, quasi sconosciuti gli uni agli altri, si trovano calamitati attorno a Giovanni Dodero, mitico prof dell’Istituto che frequentano, dal quale scoprono i fondamenti della robotica.

Iniziano le sperimentazioni. Le case dei ragazzi si riempiono di aggeggi strani; il computer, sempre acceso, reagendo a comandi verbali, muove cose, accende e spegne luci, anima oggetti privi di cavi.

La camera-studio diventa anche laboratorio e man mano che passano gli anni le cose strane sono sempre più numerose e complesse, complicate persino da descrivere. Inutili le domande per capire cosa stia succedendo, di cosa si stiano occupando. Ma…a un certo punto, fra una sillaba e l’altra come unico mezzo di comunicazione in famiglia, spunta la costruzione di un robot per le Olimpiadi di Robotica.

Le informazioni date ai genitori sono frammentarie, qualcuno interroga il web e scopre qualche notizia supplementare, a qualcuno arriva la notizia che il loro gruppo è stato selezionato per la finale delle Olimpiadi; un bel giorno veniamo a sapere che andranno a disputare le finali a Genova, ospiti per tre giorni in una meravigliosa struttura… Ed ecco arrivare il 31 marzo; sabato sera, le 23 passate. Squilla il telefono “Mamma!!” La voce fa trasparire una gioia immensa, sfrenata e incontenibile. “Mamma! Abbiamo vinto!” “Avete vinto?? Ma cosa?” “Le Olimpiadi mamma. Abbiamo vinto le Olimpiadi nazionali di robotica”.

In casa l’euforia va a mille, rischiamo l’infarto, lacrime di gioia cercano di rendere tangibile la notizia che, di per sé, pare qualcosa di irreale. Una vittoria inaspettata, meritata, sudata e conquistata con determinazione e dedizione. Come un torrente in piena ritornano alla mente tutte le volte in cui hanno fatto tardi: le notti, per mettere a punto i sistemi informatici; i pomeriggi, quando non tornavano mai a casa, sempre a scuola, a provare e riprovare. E poi la ricerca del nome, del logo… Tutto, ora, acquisisce senso e significato. Ogni fallimento, ogni fatica, ogni insuccesso al quale loro hanno saputo rispondere, viene annullato e premiato.

 Ma non è tutto. Qualche mese dopo i Magnifici Quattro – come mi piace chiamarli affettuosamente per il grande vincolo di amicizia che li lega – ricevono un’altra notizia, un altro invito. Rappresentare l’Italia ai Campionati del mondo di robotica che si sarebbero tenuti a Dubai in autunno.

Sfido chiunque a capire cosa significhi ricevere una tale comunicazione dal proprio figlio.

Un misto tra la gioia incontenibile e il più totale disorientamento. Per giorni momenti di commozione profonda, con le lacrime agli occhi pensando all’inno di Mameli che risuona mentre i volti dei 4 ragazzi si illuminano per la vittoria, si alternano allo scoramento più profondo al pensiero della sconfitta al primo turno. L’ansia di sapere che dovranno affrontare delle prove dure e selettive, da soli. Loro, il loro robot, e gli avversari. Come nelle partite importanti, quelle dei grandi veri campioni.

E quando guardi tuo figlio, di nascosto, la sera, nel suo letto, addormentato, come fai da quando lo hai messo al mondo per dargli un furtivo bacio della buonanotte, capisci che è, improvvisamente, cresciuto. Un altro tassello della tua vita di mamma va al suo posto. Conclude un ciclo.

Ma non hai tempo per commuoverti. Ci sono le pratiche da fare, i fogli da mettere a posto, la cassa con il robot da ritirare… Che emozione condividere con loro l’arrivo, l’apertura, la vista dei pezzi: una enorme scatola con centinaia di pezzi. Una sorta di immenso Lego, senza istruzioni di montaggio. E poi le… riunioni. Ad agosto, a settembre. Le prime sperimentazioni.

Nel frattempo non sono più quattro, la squadra si allarga, si arricchisce di due ragazze. Anche loro, come i Quattro, hanno facce pulite, limpide, serene. Inizia la progettazione vera e propria, la realizzazione del “cervello”, i primi brandelli di robot.

E tu, mamma inconsapevole e ignorante, ti trovi a scoprire un mondo mai nemmeno ipotizzato. Alla fine, con una serie di emozioni sempre nuove perché – nel frattempo – hanno la scuola, hanno i meeting europei e internazionali, gli incontri per la raccolta fondi, arriva il giorno in cui siamo tutti a Malpensa a salutare quegli scriccioli, diventati grandi. Le foto con la bandiera, i bagagli, il robot smembrato nelle varie valige. Un ultimo saluto, e via, verso l’avventura… un’avventura che percepiscono gioiosa; e lo si capisce da un rapido scambio di battute, davanti alle valige che stanno imboccando il tapis roulant per l’imbarco. “Ma vi siete resi conto che se perdete una di quelle valigie, non potrete più ricostruire il robot e non potrete gareggiare??”. Facendo spallucce rispondono, con un meraviglioso sorriso: “Eh beh? Faremo 5 giorni di vacanza a Dubai!!” Questo era il loro spirito alla partenza; andare a giocarsela tutta, ma senza acredine, senza cattiveria. Una serena determinazione. Una gioia per tutti noi.

Da Dubai le notizie scarseggiano; poche foto e pochi commenti, pochi messaggi. Per fortuna i loro docenti e accompagnatori (Giovanni Dodero e Sandra Meloni santi subito!!) ci tengono aggiornati e, soprattutto, il sito della First Global Challenge ci aiuta a seguirli trasmettendo gare e risultati.

Con stupore e trepidazione cominciano a giocare, a combattere, a vincere. Ogni volta si creano alleanze diverse. Ma la serie di vittorie ci lascia stupefatti. Oltretutto la pressione, per chi deve manovrare i comandi, non deve essere poca! E l’ansia di chi non c’è, fisicamente e materialmente, a vedere, è decuplicata. … venerdì e sabato le notizie li danno sempre vincenti, solo in una partita sono sconfitti. Ma non si deprimono. Vanno avanti. Sono nei primi 32, poi nei primi 16. Emozioni sempre più forti.

E arriva la domenica mattina, la giornata delle semifinali e delle finali. Noi, ancora increduli per il successo. Giocano due incontri, vincono e passano alle finali; giocano ancora. Vincono. Sono alle finali, si battono per il secondo posto. Un attimo di smarrimento, poi realizzi che sono sul tetto del mondo, che stai assistendo a una sfida mondiale e che questa volta non ci sono star dello sport, ma della robotica e che, per di più, c’è tuo figlio, al di là del televisore, dall’altra parte dello schermo, a battersi per la vittoria.

Ora devono giocarsi la vittoria, su tre incontri. Inizia la prima. Perdono. Ti rilassi, beh, sono stati bravi, sono medaglia d’argento… che bravi, bravissimi. Nemmeno il tempo di finire il pensiero, ed ecco inizia la seconda. Due minuti e mezzo di tensione pura. Vincono! Un colpo al cuore, cavolo!! Hanno battuto l’altra alleanza! Per un attimo riluccica la medaglia d’oro. Ti rendi conto che tuo figlio potrebbe essere campione del mondo; impossibile, lo hai messo al mondo tu, è un bimbo grande, ma è il tuo bimbo; era un ragnetto solo l’altro ieri, e invece è un campione, ti senti indegna e orgogliosa, vermetto e dea al tempo stesso… Riparte la competizione, inizia la terza “battaglia”. Altri 150 secondi di trepidazione. Perdono. L’emozione ti pervade, le lacrime annebbiano la vista, una felicità immensa ti scuote dalla testa ai piedi. Tuo figlio e i suoi magnifici compagni diventano una entità unica. Una squadra vera, unita, che festeggia e da festeggiare. Negli occhi e nei pensieri hai solo questa immagine, virtuale ma altrettanto concreta: medaglia d’argento, sono i secondi migliori al mondo.

Non hai parole, non hai pensieri; solo emozioni. Ti lasci andare, lasci che sia il cuore a guidare la mente. Come se fossi sdraiata in mare, le emozioni ti tengono sospesa in un saliscendi di benessere, stupore ed euforia. Ancora oggi, a distanza di giorni da quella notizia, se chiudo gli occhi mi sembra di essere cullata dalle onde dell’emozione e se guardo “il mio piccolo” non riesco a rendermi conto che lui – insieme a tutti gli altri della squadra – sia davvero campione del mondo, perché in effetti è così.

La medaglia, d’argento, vale oro al suo collo. La sua crescita, la sua capacità di costruire, mi hanno spiazzata. Così come ogni genitore, penso, lo sia stato dal proprio.

Arriva il giorno del rientro. Alle 7 di lunedì mattina il loro areo atterra; siamo di nuovo a Malpensa o, forse, non ce ne siamo mai andati, in realtà. Siamo rimasti, per 5 giorni, sospesi in un limbo; in un luogo senza spazio, senza tempo, che rappresenta l’aura in cui puoi essere un tutt’uno con chi ami per condividerne le emozioni.

Eccoli spuntare, uno dopo l’altro. I loro “musetti” sono radiosi. Hanno una compostezza disarmante. La semplicità del giorno della partenza ma…con una luce in più. Una luce che ti scalda il cuore, la mente; che riempie gli occhi di quelle maledette lacrime che ti impediscono di vedere i contorni ma che ti permettono di vedere dentro di loro, di percepire il loro appagamento, la loro determinazione, il loro successo, quello intimo, profondo e ineguagliabile: ce l’hanno fatta, si sono misurati con se stessi, con le loro incertezze, le loro titubanze e hanno vinto. Questo il vero valore della loro medaglia d’argento. E per noi genitori la gioia è quella di aver dato ai nostri figli le ali per volare, per crederci, per vincere! Gioia allo stato puro, senza se e senza ma. Gioia.

(Nella foto i magnifici studenti dell’Istituto Liceti)