Camogli: martedì 15 al Teatro Sociale “La banalità del male”

Dall’ufficio stampa del Teatro Sociale di Camogli riceviamo e pubblichiamo

Teatro Sociale di Camogli

Martedì 15 gennaio ore 21

(€22 / under 26 €15 / under 12 €12)

In occasione della Giornata della Memoria

“La banalità del male”

da Hannah Arendt

di e con Paola Bigatto

Teatro Sociale Camogli – Piazza Giacomo Matteotti, 5 –  Camogli (GE) Tel. 0185 1770529 – biglietteria@teatrosocialecamogli.it –  info@teatrosocialecamogli.it – www.teatrosocialecamogli.it

“Questo testo chiama la voce.” Così ha pensato Paola Bigatto, attrice e drammaturga formatasi alla scuola di Luca Ronconi e Renata Molinari, leggendo il libro-inchiesta “La banalità del male” di Hannah Arendt.  Da questa folgorazione, è nato lo spettacolo che sarà in scena al Teatro Sociale di Camogli martedì 15 gennaio (ore 21). Un successo che conta ormai più di trecento repliche su tutto il territorio nazionale.

Hannah Arendt dà alle stampe Eichmann in Jerusalem, più noto in Italia con il suo sottotitolo La banalità del male, nel 1963. Si tratta di un libro in cui la filosofa raccoglie gli articoli scritti per il “The New Yorker” sul processo al tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961. Eichmann, con il suo grigiore, il suo linguaggio burocratico, le sue frasi fatte, incarna, nello sguardo acuto dell’autrice, l’uomo senza idee, più pericoloso dell’uomo malvagio. Il nuovo concetto di banalità del male rivoluziona le consuete categorie morali: Hannah Arendt sarà così al centro di una polemica filosofica, etica e politica. La sua scrittura, passionale nell’indignazione, raffinata nella speculazione, sempre incandescente, ha consentito di dar voce al saggio, trasformato e ridotto a monologo: la professoressa Arendt, docente di filosofia politica a Chicago nel 1963, ripercorre, in una possibile lezione, le condizioni del processo, le circostanze storiche degli eventi, le considerazioni filosofiche. Con l’aiuto di una lavagna, una carta geografica e una cattedra, gli spettatori diventano ‘allievi’ e testimoni dello svilupparsi del pensiero filosofico.

“Lo spettacolo” – spiega Paola Bigatto –  “è strutturato seguendo i tre grandi aspetti del testo: la cornice e la vicenda processuale, lo sguardo critico sul processo di Gerusalemme; la struttura portante e costituita dagli avvenimenti storici, centrali per seguire la vicenda di Eichmann, e gli avvenimenti bellici e politici; all’interno di questo percorso sono presenti le considerazioni filosofiche dell’autrice, non solo comunicate come riflessioni, ma spesso sviluppate in presa diretta, come se nascessero nell’atto di parlare agli allievi. Aspetto teatralmente imprescindibile, in quanto è in questa costruzione progressiva che lo spettatore si sente attivo e partecipe di un processo di pensiero. Ho scelto di concludere con una storia per me particolarmente significativa, riportata dall’autrice in maniera rapida ma incisiva: è la storia di Anton Schmidt, un semplice caporale dell’esercito tedesco, che sfugge al meccanismo del male banale e, trasgredendo agli ordini criminali, presta aiuto agli ebrei. Il suo esempio e il suo sacrificio ci mostrano come la riflessione e la formazione di una coscienza etica amplifichino la percezione della nostra libertà e aprano all’uomo la possibilità di attuare il bene”.

Hannah Arendt osserva la macchina della giustizia di Israele con implacabile senso critico. Non esita, ebrea, a indagare le responsabilità morali e dirette del popolo ebraico nella tragedia della Shoa, né ad attribuire a tutto il popolo tedesco pesanti responsabilità durante il Nazismo e ipocriti sensi di colpa durante la ricostruzione post-bellica. E attraverso questo sguardo acuto, tagliente, spesso quasi molesto, ci suggerisce quale sia la principale artefice delle tragedie naziste: la menzogna eletta a sistema di vita sociale e politica, la menzogna come strategia esistenziale attuata prima di tutto nei confronti di se stessi, la capacità di negarsi delle verità conosciute e il meccanismo criminale che porta il male ad essere agito inconsapevolmente o nascosto alla propria coscienza. Hannah Arendt ci offre cosi una formidabile riflessione sul presente: il male estremo rappresentato dal Nazismo non resta relegato nei responsabili dei massacri e dell’organizzazione, ma appare come una realtà sempre esistente, in agguato nella pigrizia mentale, nell’inattività sociale e politica, nel delegare le scelte di vita ad altri da noi, nell’usare la mediocrità come alibi morale. In una parola, nella rinuncia a quell’attività che, “da Platone in poi, siamo soliti chiamare pensiero”.

Hannah Arendt (1906 – 1975), formatasi nelle università di Marburgo, Friburgo e Heidelberg, ebbe come maestri Heidegger, R. Bultmann e K. Jaspers. Di origini ebraiche, nel 1933 emigrò in Francia, per poi trasferirsi negli Stati Uniti nel 1940. I suoi principali interessi si sono orientati sull’agire politico, inteso come dimensione pubblica dell’esistenza umana. In “Le origini del totalitarismo” (1951), ricostruisce il processo storico che ha condotto alle dittature europee e alla seconda guerra mondiale; i momenti decisivi di tale processo (antisemitismo, imperialismo e trasformazione plebiscitaria delle democrazie) sono interpretati come effetti di una complessiva de-politicizzazione della cultura moderna. “Vita activa” (1958) propone la prima elaborazione in termini filosofici del contrasto tra un tipo di comunità politica – la polis greca al tempo di Pericle – e la decadenza dell’agire politico nel pensiero occidentale. Benché nella contrapposizione tra Grecia e modernità si avvertano influssi heideggeriani, la Arendt rifiuta l’esito anti-mondano dell’ultima filosofia di Heidegger. L’agire definisce l’essere umano come essere-con-gli-altri: l’identità umana costituisce nell’intimità della coscienza soggettiva e neppure nella società (intesa come sfera dei bisogni, del lavoro e della riproduzione), ma piuttosto nella sfera pubblica. Ha delineato quest’antropologia politica in numerosi contributi: “Sulla rivoluzione” (1963) analizza gli esiti perversi delle rivoluzioni americana e francese, cioè il passaggio dalla libertà pubblica al dominio della società amministrata e dello Stato “Passato e futuro” (1961) e altri saggi estendono la critica della modernità a problemi come la storia, l’autorità e la tradizione; “Ebraismo e modernità” (1978, postumo) e “Rahel Varnhagen” (1958) interpretano l’ebraismo moderno come scisso tra l’aspirazione all’assimilazione sociale e la fuga nell’interiorità. Favorevole a una cultura ebraica laica e tollerante, la Arendt si è spesso trovata in contrasto con le comunità ortodosse. Nel 1961 segue, come inviata del “The New Yorker”, il processo Eichmann a Gerusalemme: il resoconto esce prima sulle colonne del giornale nel 1963, quindi, sempre nello stesso anno, in volume, col titolo La Banalità del male. Esso susciterà una grande ondata di proteste e una accesa polemica, a causa della particolare lettura che la Arendt dà al fenomeno dell’Olocausto e dell’antisemitismo in Germania. Negli ultimi anni della sua riflessione, ha operato una rivalutazione della vita contemplativa; in “La vita della mente”, opera rimasta incompiuta e uscita postuma nel 1978, l’esperienza spirituale viene articolata in tre attività fondamentali: pensare, volere e giudicare. La dimensione pubblica dell’esistenza non è più individuata nell’agire politico, ma nel giudizio, vale a dire nella capacità di saper osservare lo “spettacolo del mondo”.

Otto Adolf Eichmann (1906 – 1962), fu colui che, nei quadri organizzativi della Germania hitleriana, ebbe il ruolo di realizzare logisticamente la “soluzione finale”, cioè lo sterminio degli ebrei. Sfuggito al processo di Norimberga e rifugiato in Argentina, venne catturato dal servizio segreto israeliano, processato a Gerusalemme e condannato a morte.

Paola Bigatto si e diplomata presso la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, e si e laureata in filosofia presso l’Università di Genova. Ha debuttato sotto la direzione di Giancarlo Cobelli e ha lavorato per molti anni con Luca Ronconi, di cui e stata assistente presso la Scuola del Piccolo Teatro di Milano. Regista e drammaturga, ha seguito i laboratori di Renata Molinari con la quale ha curato il progetto Passi, un percorso da Piacenza a Roma lungo la via Francigena, e con la quale ha scritto nel 2011, per l’editore Titivillus e l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, L’attore civile. Nel 2003 debutta La banalità del male, lezione-spettacolo alla quale sono seguiti altri spettacoli: il progetto Arendt al plurale con Sandra Cavallini e Anna Gualdo; Il Memorioso con Massimiliano Speziani, tratto dai testi di Gabriele Nissim, in collaborazione con l’Associazione Gariwo; Per mano con Bruna Rossi, tratto da Vita e destino di Vasilij Grossman. Fa parte dei curatori del progetto di formazione La cattedra dei giovani presso il Centro Asteria di Milano. È docente di recitazione presso la Scuola del Piccolo Teatro di Milano, l’Accademia Teatrale Veneta di Venezia, l’Accademia Nico Pepe di Udine. Ha curato, insieme a Lisa Capaccioli, la drammaturgia e la regia di Virtù dell’oscurità per il Metastasio- Teatro Stabile di Prato, protagonista Elena Ghiaurov, tratto da Le tre ghinee di Virginia Woolf.

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