Santa: esposizione anfore romane, vero tesoro della città

Da Paolo Pendola, presidente del museo del mare riceviamo e pubblichiamo

Sabato 11 alle ore 11, inaugurazione della Prima Esposizione delle anfore Romane pescate dal comandante Gianni Paccagnella, ora consegnate dalla Soprintendenza alle Belle Arti di Genova al locale Civico Museo del Mare. Approfittiamo della disponibilità del salone Municipale che già ospita la “Mostra Versari” ed esporremo lì queste preziosità prima della loro collocazione definitiva.
Allego il manifesto affisso per le vie Cittadine e la descrizione dei preziosi reperti redatta per l’occasione dal Dr. Simon Luca Trigona funzionario archeologo subacqueo della Soprintendenza di Genova .

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Il nuovo relitto romano di S. Margherita Ligure (Daedalus 26)

La scoperta

Il 26 maggio 2016, durante una battuta di pesca ai gamberoni su un fondale di circa 700 metri di profondità, il peschereccio Impavido di Santa Margherita salpava nelle reti 4 anfore romane. Con encomiabile senso civico il comandante Gianni Paccagnella denunciava immediatamente il rinvenimento archeologico al locale Ufficio Circondariale Marittimo.

Veniva quindi informata la competente Soprintendenza che, considerate le difficoltà della ricerca del relitto sulla scorta delle sole informazioni desunte dal percorso di pesca dell’Impavido, un tracciato GPS lungo una decina di miglia, contattava l’ing. Guido Gay.

Grazie all’esperienza nel campo delle ricerche marine in altofondale l’ing. Gay riusciva a localizzare un’anomalia compatibile con l’obiettivo ricercato; successivamente con l’ausilio del ROV Pluto Palla, innovativo veicolo subacqueo filo-guidato di produzione Gay Marine, scopriva finalmente a 720 m di profondità il cumulo di anfore testimone del naufragio; tra le anfore non sono stati avvistati né i gamberoni rossi, nè i gronghi loro predatori, ma una grossa rana pescatrice sventolava la sua esca e un misterioso “pesce spillo” faceva capolino ai margini di un’inquadratura.

Grazie alla scoperta delle coordinate del sito la Capitaneria di Porto di S. Margherita emetteva una specifica ordinanza di tutela volta a preservare l’integrità del giacimento archeologico.

Il sito

Le dimensioni del cumulo desunte dalla scansione sonar permettono di ricostruire le dimensioni del relitto, un’imbarcazione da carico di circa 25 metri di lunghezza con un carico stimabile intorno alle 2.000-2.500 anfore. Si tratta quindi di una nave oneraria con una capacità intorno alle 100-150 tonnellate, che rappresenta la stazza media delle navi onerarie romane dedicate al commercio del vino italico tardo-repubblicano.

Il carico è costituito principalmente da anfore del tipo Dressel 1b, classico contenitore del vino romano prodotto nell’Italia centrale tirrenica tra la fine del  II ed il I secolo a.C.;  grazie alle anfore recuperate dal comandante Paccagnella inoltre, possiamo sapere qualcosa di più sull’origine e la destinazione delle merci trasportate, e sulla datazione del naufragio. Alla base delle anse delle anfore di S. Margherita leggiamo dei bolli formati da due lettere (BC, BH, KI): si tratta di codici legati alle varie fasi di produzione del contenitore (anno di fabbricazione, numero di infornata ecc.) che contraddistinguono le produzioni della Toscana meridionale, e in particolare della zona di Albinia e dell’Argentario. In questa importante zona vinicola si concentravano i latifondi dei Domizi Enobarbi, grande famiglia dell’aristocrazia senatoria a cui appartiene il console Cneo Domizio, generale romano che nel 121 sconfisse le tribù galliche degli Arveni e degli Allobrogi. Non è un caso quindi che proprio questi bolli si concentrino nella Gallia  centrale, area geografica dove si svolsero le guerre condotte da Domizio e, con ogni probabilità, mercato di destinazione del vino trasportato dal nostro relitto attraverso l’antica rotta di cabotaggio ligure.

Le immagini del ROV Pluto Palla hanno inquadrato inoltre alcuni esemplari di anfore olearie di origine brindisina: anch’esse smerciate in Gallia nei decenni centrali del I sec. a.C. insieme alle vinarie toscane, rappresentano un carico complementare attestato anche in altri relitti liguri coevi come il Dedalus 21, scoperto ancora una volta dall’ing. Gay al largo dell’isola del Tino, e il relitto Albenga B, oggetto di recenti studi e di attività di valorizzazione da parte della Soprintendenza.

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